I social, la disgrazia del nuovo millennio: non possiamo più farne a meno e non ci ricordiamo più cosa voglia dire vivere senza, ma ho come l’impressione che tutti abbiamo l’impressione che si possa stare meglio di così.

Facebook è l’emblema dei social, della distruzione della vita sociale (a dispetto del nome), dell’illusionismo sociologico e della pornografia di cibo, volti, opinioni. Uno se ne sta lì, perennemente annoiato, a sfogliare pagine di meme e gattini e video di gente che si fa male in modi stupidi o bambini che parlano troppo presto, in mezzo ci passano cadaveri ed esplosioni ma nel mucchio è tutto uguale. Ci sono delle macro-categorie di genti che potete incontrare su Facebook, ce ne sono davvero tante ma le più importanti sono:

Il provola

La prima categoria che una donna incontra su Facebook è quella del nostalgico di Badoo che manda richieste di amicizie a caso e spera di fare colpo con una foto di addominali scolpiti e abbronzati che generalmente risulta essere un ritaglio del selfie di un Costantino Vitagliano preso a caso o di un fotogramma estrapolato da una scena a caso di The Lady di Lory Del Santo.

L’attivista politico

Una delle categorie che va per la maggiore, tutti hanno un’opinione ai tempi dei social ma quando si tratta di politica su Facebook ci sono dei veri e propri rivoluzionari che riescono sempre a trovare una soluzione ai problemi che i politici continuano ad ignorare e che commentano ogni post altrui – anche fosse su una foca monaca che riesce a recitare Shakespeare – facendo riferimento a qualche “gombloddo” e derivati.

Il predicatore vegano

Massimo rispetto per l’orientamento sessuale e alimentare altrui, finché non diventa una scusa per fare i testimoni di geova del veganesimo o altro. Insomma, se voglio magnarmi una fiorentina non sei obbligato a cercare un modo per farmi disgustare e farmi odiare la carne, io non proverò a convincerti che mangiare la soia è un atto contro natura.

Le neo-mamme del Sud Italia vs le neo-mamme del Nord Italia – Genitori fierissimi e in competizione

Le neo-mamme del Sud sono belle grassocce, passano la giornata ai fornelli e si svagano su Facebook condividendo gli aforismi di padre Pio e le preghiere a San Beniamino martire, destreggiandosi tra le foto della parmigiana cucinata per cena e quelle dello shopping pomeridiano con la suocera. Quelle del Nord pubblicano le foto del corso di pilates per tornare in forma, le borse sotto gli occhi dopo una giornata di lavoro e della pappetta bio che daranno per cena al bambino. Sì, è vero, non bisogna scadere nei luoghi comuni ma tendenzialmente è così, non potete dire di no.

Poi ci sono i genitori fierissimi che pubblicano a raffica le foto dei figli: il primo passettino, il secondo, la prima volta che ha visto Peppa Pig, il primo dentino, il secondo, il terzo, il primo peluche, il quarto bagnetto del mese e così via. E poi appena un personaggio famoso parla di suo figlio o pubblica una foto, i commenti sotto sono tutti dei genitori fieri che vogliono dimostrare – senza che nessuno abbia chiesto niente o li abbia accusati di peccare in qualcosa – che i loro figli non sono da meno. E la domanda sorge spontanea: perché?

Genitori fierissimi e in competizione che ci tengono alla privacy

Ci sono altre genitori che pur essendo fierissimi e avendo figli cazzutissimi non pubblicano gli scatti ogni volta che i bambini hanno espulso qualcosa dal loro corpicino adorabile perché al mondo è pieno così di pedofili. Ma lottano a colpi di commenti, raccontando le giornate e i progressi degli esseri umani in erba senza nemmeno velatamente supporre che siano migliori di quelli degli altri.

Il/La selfie addicted

Ormai ci abbiamo fatto l’abitudine e spesso passa inosservata questa malattia del farsi le foto dappertutto: a bocca aperta sulla poltrona del dentista, dentro i camerini dei negozi per mostrare gli outfit che non comprerai mai ma per un momento sembrerà di sì e illuderai tutti, le foto dall’alto che fanno sembrare magri, la coda al bar, la divertentissima serata in discoteca con gli amici passata a farsi foto dimenticandosi che l’intento iniziale era quello di ballare, le foto da innamorati con il primo bacio, il primo bacio dopo il primo bacio, quello della mattina appena svegli con l’alito che sa di effluvio fognario e così via.

Il Mr. Wolf della situazione

Se avete un problema, ci sarà sempre un amico disposto a risolverlo con un commento su Facebook, basta chiedere. Che sia il debito pubblico o un bottone staccatosi dai jeans, statene pur certi, qualcuno saprà dirvi cosa fare. You’ll never walk alone.

Quello/a che odia l’ipocrisia

Questa particolare sindrome è stata diffusa dalle modelle di Miss Italia, ma prevede che almeno una volta al mese ci sia un commento sulla vostra bacheca riferito alla falsità altrui con l’aggiunta di un “ma fatevi una vita!”. Solitamente ci si riferisce direttamente alla persona detestata senza farne il nome. “Sì tu, proprio tu” e un “te la farò pagare” o cose così sono bene accetti.

L’aforismatico

Io personalmente amo tantissimo gli aforismi ma amo anche esprimermi usando frasi personalizzate. L’aforismatico non conosce il termine personalizzato e non conosce nemmeno l’attendibilità delle fonti, quindi non stupitevi se improvvisamente una frase di Flavia Vento viene attribuita a Charles Bukowski.

To be continued.

(Tanto rientriamo tutti più o meno in almeno tre categorie, non c’è scampo. Sapevatelo.)

 

Written by sally

Rispondi