In questi giorni si sta parlando molto del Porto di Gioia Tauro e delle armi chimiche siriane, sui social network se ne leggono di tutti i colori. Si parla di una popolazione che si ribella a questa scelta e in molti, che chiaramente non conoscono da vicino la realtà territoriale, si chiedono come mai una comunità che non si è mai saputa ribellare alla ‘ndrangheta, adesso abbia trovato voce per protestare.

La risposta, per chi non ha i paraocchi, è piuttosto semplice. Le armi chimiche non sono una minaccia radicata, sono un male di passaggio, come molti altri che prima o poi mollano la presa. La ‘ndrangheta è lì, pare ci sia sempre stata e una volta che ti abitui al male cronico, difficilmente riesci ad avere un ricordo delle migliori condizioni che ti ha riservato il passato, forse nemmeno troppo lontano, che con un leggero sforzo si intravede appena, come fosse una visione onirica.

Porto di Gioia Tauro | © : AFP / Getty Images

Porto di Gioia Tauro | © : AFP / Getty Images

Le armi chimiche non ti fanno pensare a esplosioni, ospedali non funzionanti, mazzette, tritolo, persone sciolte nell’acido, latitanza, palazzi abusivi, mancanza di servizi, sfruttamento, corruzione, una giustizia che non funziona, soldi riciclati, rifiuti tossici, estorsione, traffico di armi, gioco d’azzardo, omicidi, ricatti, narcotraffico e codici d’onore. In confronto a tutto questo, il pensiero delle armi chimiche è quasi paradisiaco.

Le armi chimiche non si sono comprate la paura di chi per preservarsi non si è esposto e ha chinato il capo, ha accettato e ha taciuto.

Written by sally

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