Caro Matteo Renzi,

mi dispiace che tu non abbia vinto alle primarie, ma Firenze ha ancora bisogno di te. E ha ancora bisogno di lamentarsi di te. Caro Matteo, sono stata un’abbonata ATAF per tre anni, poi ho deciso di rassegnarmi all’idea che tra me e quei manicomi con le ruote era finita, ed ho adottato una bicicletta. Ma quando piove, lei non vuole uscire di casa, è meteoropatica. Così questa mattina avevo un esame all’università alle ore 9.30, ho deciso di prendere l’autobus con abbondante anticipo ma l’impresa è fallita, sono entrata in aula alle ore 9.45: una di quelle scene che non vorresti mai vivere, quelle che fanno parte di quei sogni inquieti che ti fanno svegliare di scatto di notte ed ho trascorso più di un’ora e mezza sull’autobus (tra appoggiatori, vecchiette inacidite, punkabbestia che cantano pensando di essere sotto la doccia di casa loro, donne rom che si scaccolano e si tirano le sopracciglia), mentre solitamente in bici il mio record è di 8 minuti. Caro Matteo, perché i verdi dei semafori durano quanto un battito di ciglia? Lo sai quanti vecchietti sono finiti in ambulanza per infarto a causa dell‘ansia da verde del semaforo? Come fanno ad attraversare un viale in un lasso di tempo che nemmeno Albert Einstein sarebbe mai riuscito a identificare? Già non ci riesco io, questo farebbe indignare pure Flash Gordon. Caro Matteo Renzi, quelli dell’ATAF dicono di essere moderni, perché se gli invii un sms ti dicono dove si trova il bus che stai aspettando. Ma poi continui ad aspettarlo, cadono le foglie dagli alberi, poi sbocciano i fiori, i bruchi diventano farfalle e le farfalle fanno in tempo a tornare bruchi per la noia, i capelli iniziano ad imbiancarsi e spuntano le zampe di gallina attorno agli occhi. Manca la scatola di cioccolatini e ti trasformi in Forrest Gump, ho rischiato di raccontare tutta la mia vita ai turisti tedeschi che, poveretti, mi avevano solo chiesto la direzione giusta per la stazione. Ma io il tedesco non lo capisco e poi non volevo aspettare da sola alla fermata l’autobus che non sarebbe mai arrivato. E dimmi, Matteo, in base a quale criterio scientifico-psicologico-filosofico la pioggia equivale ad Armageddon in questa città?

Che poi, se ti resta tempo, vorrei sapere cosa ha portato la gente di Firenze ad avere l’ansia da discesa, che a dieci minuti dalla loro fermata vengono accanto a te, che sei esattamente davanti alla portiera, ti guardano dritto negli occhi, in una mano tengono un tirapugni e nell’altra un ombrello che in realtà è una mazza chiodata e ti chiedono “Scusi, lei scende alla prossima?” e tu ti devi spostare, anche nel caso in cui dovessi scendere alla stessa fermata. Qualcuno per caso è morto incastrato nella porta anteriore mentre scendeva, perché da lì si sale soltanto? Son cose, Matteo… pensaci tu. Adesso, eh.

La consueta funzione degli autobus fiorentini.

La consueta funzione degli autobus fiorentini.

Written by sally

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