Ora Muoio, Dammi Tempo

I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi.

Ora ti bombardo, dammi tempo: la carta delle Nazioni Unite

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Ci sono alcuni documenti, alcune Convenzioni e trattati che uno studente di diritto internazionale dovrebbe conoscere a memoria e che deve ritenere sacri come fossero la Bibbia. Secondo il mio opinabile parere, certi documenti, certe Convenzioni e trattati, dovrebbero essere resi noti a tutti obbligatoriamente, e non solo a coloro che decidono di studiare, perché le nostre vite, burocraticamente, socialmente, psicologicamente, pragmaticamente e bellicosamente parlando, dipendono da quei pezzi di carta, le cui parole, spesso e volentieri, vengono girate e rigirate fino ad ottenere il senso voluto.

In questi giorni la comunità internazionale sta offrendoci uno spettacolo di quelli che non si vedevano da anni e le parole che vengono pronunciate più spesso sono “missione sotto l’egida dell’ONU“. Ma che cos’è l’ONU e quali sono i suoi compiti, i suoi doveri?

Nata dalla Carta di San Francisco il 26 giugno 1945, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, come ogni organizzazione che si rispetti, è dotata di uno statuto, che ne spiega le funzioni e quindi ne motiva l’esistenza. Il preambolo della Carta delle Nazioni Unite, recita che i popoli delle Nazioni Unite sono “decisi (corsivo originale) a salvare le future generazioni dal flagello della guerra“. Teniamo in considerazione l’anno di nascita dell’associazione, il 1945. La comunità internazionale, proprio come accadde con la nascita della Società delle Nazioni tempo prima, era più intenzionata che mai a far cessare la guerra una volta per tutte. Diciamo anche che i presupposti affinché ciò accadesse erano un po’ campati in aria, se consideriamo che il 6 agosto dello stesso anno, gli Stati Uniti sganciavano un “Little Boy” su Hiroshima e, non contenti, successivamente un “Fat Man” su Nagasaki. Alla faccia delle buone intenzioni.

La Carta (vi invito a leggerla, cliccando qui) è adorna di bellissime parole, sognanti e pacifiste: uguaglianza, solidarietà, tolleranza. L’attacco armato, sia per quanto riguarda l’ONU che le norme generali di diritto internazionale, deve essere preceduto da tutte le azioni coercitive possibili che possano escludere l’uso della forza. Il problema è che le potenze fremevano, avevano delle bombe in più in magazzino e Gheddafi, diciamolo, aveva anche un po’ stancato. Quindi via con la “missione“. Questa volta non la chiamano “missione di pace”, nessuno ha parlato di “peace keeping”, “peace enforcement”, “caschi blu”, ma tutti pronunciano la parola guerra solo per negarne l’esistenza. Un po’ come quando si parla della mafia. Questa non è una guerra, che sia chiaro. E’ una missione. Stiamo salvando la Libia. Tanto Gheddafi mente. Non c’è tolleranza o norma che tenga, bisogna attaccare, anche se chiede il cessate il fuoco, sta bluffando. Come in una partita di Risiko, quindi t’attacco.

Vorrei far presente che i primi ad accogliere il dittatore libico a braccia aperte, sborsando fior fior di euro per garantirgli ogni comodità, sono stati proprio quelli che hanno deciso di prendere parte alla missione per primi. Francia e Italia, determinate come non mai a difendere il loro caro Mediterraneo, mentre dagli USA il presidente Obama, quello pacifista, quello delle promesse e della fine di ogni conflitto, tiene i fili di questi burattini e li muove, qua e là, tanto gli eroi, che bombardino oppure no, hanno sempre la faccia a stelle e strisce. Ora ti bombardo, dammi tempo.

Il giorno della memoria

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Un’umanità che non vuole crescere.

Non servono molte parole, ma solo un rispettoso silenzio per tutte le anime che sono nel vento.

Il premio Nobel per la pace: a chi lo dareste?

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E’ stato attribuito a Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, il premio Nobel per la pace.

La causa della pace sta a cuore all’umanità intera e in precedenza il prestigioso premio era stato assegnato a personaggi del calibro di Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta e Aung San Suu Kyi.

Il premio assegnato ad Obama è stato particolarmente discusso, poichè il Presidente da poco eletto, è stato premiato semplicemente per le intenzioni più che per le gesta compiute. Non si può mettere in discussione la sua volontà di mediare con i vari Paesi del mondo nel tentativo di costituire un posto migliore in cui vivere, ma alla luce dei fatti ancora la strada per raggiungere una pace o qualcosa di simile, è abbastanza lunga e ripida. Gli USA sono un paese ancora impegnato nella guerra.

Obama ha commentato l’evento sostenendo di non essere sicuro di meritarlo. “Come Presidente, Obama ha creato un clima nuovo nella politica internazionale: la diplomazia multilaterale ha riguadagnato una posizione centrale, con un’enfasi sul ruolo che le Nazioni Unite e le altre organizzazioni internazionali possono svolgere” è quello che ha detto il Comitato, ma una pioggia di critiche è arrivata da più giornali.

Il presidente venezuelano Hugo Chavez si è chiesto cosa abbia fatto Obama per meritare un tale riconoscimento. Quest’ultimo è stato considerato “bizzarro e postmoderno” dal Wall Street Journal, che ironizzato aggiungendo: “Per aver fatto pace con Hillary Clinton? Per aver rinunciato allo scudo missilistico e per aver incoraggiato gli iraniani? Perché sta preparando un aumento delle truppe in Afghanistan?“.

Sebbene gli intenti siano più che ammirevoli, non sarebbe stato più giusto premiare qualcuno attivo sulla scena mondiale e impegnato per la pace da molto più tempo di Obama e soprattutto con delle prove concrete da mostrare?

A questo proposito anche su Facebook sono sorti diversi gruppi che proponevano Gino Strada come candidato al Nobel. Strada è attivo da tantissimi anni, gli ospedali di Emergency sono dei piccoli miracoli che sorgono in mezzo alla guerra, eppure a lui non è arrivato alcun riconoscimento.

Non sarebbe allora il caso di prendere in considerazione anche gli intenti di Silvio Berlusconi? Anche quest’ultimo ha dei meriti diplomatici e più anni di attività politica alle spalle, rispetto al presidente americano. Tutte le motivazioni sono spiegate nel sito nato appositamente per proporre Berlusconi come candidato al Nobel.

Adesso facciamo la Pace, datemi tempo.

Persepolis diventa 2.0, e ci racconta l’Iran di oggi.

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Persepolis, celebre fumetto autobiografico dell’iraniana Marjane Satrapi, racconta la rivoluzione iraniana del 1979.

Il fumetto è diventato anche film nel 2007 ma oggi passa al web, il nuovo e più efficace mezzo di diffuzione di notizie. Quindi nasce Persepolis 2.0, ad opera di Sina e Payman e racconta la storia dell’Iran di oggi, dell’onda verde di Moussavi, il regime di Ahmadinejad e la morte di Neda, divenuta il simbolo della protesta.

Entrambi gli autori vivono attualmente a Shangai e si occupano di marketing, hanno deciso di riprendere alcune tavole di Marjane Satrapi, per raccontare la storia dell’Iran oggi, fondamentalmente non troppo diversa da quella di trent’ann fa. Il fumetto prende vita durante i primi esiti della campagna elettorale, nel momento in cui i due autori si sentono frustrati per la situazione del loro Paese.

I disegni rimangono nella loro versione originale, a cambiare sono solo i dialoghi, più adatti al mondo del web e ricalcati sulla realtà odierna. E’ possibile trovare il fumetto sia nel sito ufficiale che nella pagina di flickr.

Persepolis 2.0

Persepolis 2.0

I soldati italiani

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Basterà il cordoglio del Presidente del consiglio, il discorso del ministro della Difesa, che il Presidente della Repubblica torni da Tokyo?

Oppure basterà dire che i Lince sono dei mezzi molto resistenti, che li usiamo solo noi e gli inglesi, quindi roba buona.

Ma non resistono ai kamikaze e non riportano indietro nessuno. Per chi stanno morendo?

Ed è esattamente questa la strategia della pace?

Silenzio. A volte, è meglio tacere.

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