Ora Muoio, Dammi Tempo

I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi.

L’informazione pulita: PeaceReporter, la rete della pace

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Visto che in Italia non facciamo altro che lamentarci della pessima informazione che ci viene propinata quotidianamente, oggi ho ben pensato di segnalare un sito utilissimo per rimanere informati nella maniera più veritiera possibile.

Mi sono resa conto che non sono molte (almeno non come dovrebbero) le persone che si informano via PeaceReporter, che invece è un’ottima fonte per scoprire quel che accade nel mondo, senza che i telegiornali ci mettano del loro.

Peace Reporter nasce da un’idea dell’agenzia giornalistica MISNA (Missionary Service News Agency)  e da Emergency, ONG che spesso e volentieri abbiamo appoggiato e sostenuto in questo blog. Il quotidiano online permette di conoscere gli eventi che accadono in giro per il mondo e che purtroppo spesso non vengono presi in considerazione da giornali e tv. Peace Reporter è buona informazione, ci rende consapevoli del fatto che la guerra esiste ed è un dramma concreto, che si consuma quotidianamente in tantissimi posti nel mondo, senza che noi ne sappiamo nulla. Esistono anche le guerre privilegiate, altre invece passano inosservate, perché a volte è meglio così. A volte è meglio chiudere gli occhi, altrimenti troppi interessi finirebbero sotto i riflettori, altrimenti i cittadini sarebbero troppo consapevoli.

Io sono dell’idea che la consapevolezza sia giusta e che sia giusto sapere quanti sono stati i morti in Libia, cosa succede nelle Filippine, ad Haiti, in Cina, in Brasile, in Thailandia, in Cile, in ogni parte del mondo. Se il web è una cosa buona, allora sfruttiamolo al meglio, allora informiamoci e ragioniamo con il nostro cervello.

Il sito ufficiale di PeaceReporter

PeaceReporter su Twitter

PeaceReporter su Facebook

Giornata mondiale dei diritti dei bambini per il logo di Google

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Nonostante liste e liste di diritti che dovrebbero spettare loro, non tutti i bambini possono essere davvero bambini. Sensibilizzare le masse, però, è un piccolo passo verso la strada del miglioramento.

Logo di Google

Ci sono convenzioni che vincolano gli Stati che le ratificano, contenenti le leggi sui diritti fondamentali dell’infanzia che, come spesso accade a molti altri diritti, vengono calpestati, ma:

I bambini hanno diritto al nome, tramite la registrazione all’anagrafe subito dopo la nascita, nonché alla nazionalità (art.7), hanno il diritto di avere un’istruzione (art. 28 e 29), quello di giocare (art. 31) e quello di essere tutelati da tutte le forme di abuso (art. 34).

Noi vogliamo che questi diritti siano rispettati in tutto il mondo, senza che vi sia l’effettivo bisogno di vincolare uno Stato tramite una Convenzione, i bambini devono essere tutelati sempre e comunque.

Come già fatto su CineZapping, in occasione dell’iniziativa che si è diffusa su Facebook, vi invitiamo ad informarvi sulla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, sappiamo benissimo che la cultura e l’informazione sono strumenti potentissimi e mai come adesso questi strumenti sono stati così indispensabili. Informatevi, informatevi, informatevi.

Bunga Bunga e Rubacuori: meglio porci che gay

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Il mondo omosessuale è in subbuglio per l’ultima battuta geniale di Silvio Berlusconi, che per difendere il suo stile di vita che non cambierà mai, ha dichiarato che è meglio apprezzare le belle donne che essere gay.

Oltre al caso di omofobia, avranno tutti compreso che si trattava di una battuta di pessimo gusto e forse gli italiani, da brave pecorelle, inizieranno a capire che è di cattivo gusto mantenere un personaggio simile al governo.

Berlusconi non avverte minimamente l’importanza della carica che detiene e che dovrebbe essere un esempio per gli italiani, ma se è questo che gli italiani vogliono, se è questa la figura che li impersona e li rappresenta nel resto del mondo, allora io mi dissocio. Mandatemi in esilio.

Meglio porci che gay, quindi. Intanto la vicenda di Ruby Rubacuori appassiona l’Italia e il resto del mondo, ma ho come l’impressione che ormai la gente sia assuefatta e che scambi gli eventi di cronaca per le puntate di Beautiful e Centovetrine.

La differenza, per me, è che adesso non devo aspettare l’ora di pranzo per rigurgitare, se ne parla a tutte le ore. E se il caso Sarah Scazzi aveva appassionato l’Italia, che si è riscoperta come un Paese di criminologi, è ben più appassionante lo scandalo sessuale, l’ennesimo che coinvolge il nostro simpaticissimo Presidente del Consiglio. Arrivano i racconti scandalo, se ancora rimane qualcosa che ci scandalizzi, sui festini del PDL, manco fosse una vera novità.

E’ questo il governo che ci meritiamo? E’ questa la nostra identità? Ragazzine minorenni che si prostituiscono a casa di chi poi fa le leggi contro la prostituzione e la pedofilia? Quello dell’escort è il mestiere del decennio? Per entrare in politica bisogna per forza perdere le mutande strada facendo? Italia, svegliamoci, vogliamo cambiare questa situazione? Sarebbe bello, meraviglioso, scandalizzarsi per aver fatto salire al governo un Presidente serio. Utopia, oramai.

Justin Bieber-mania: quando il fan è troppo fan

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Quest’oggi non mi soffermerò sulle vicende che attanagliano et tormentano il nostro pianeta, piuttosto mi soffermerò solo su una di queste. Per quanto piccolo e insignificante possa essere, Justin Bieber è uno dei più grandi problemi che l’umanità dovrà affrontare e, possibilmente, estirpare.

Pensate che questo giovine talento, come lo chiamano i fanS, ha solamente sedici anni, il ché sta a significare che ha ancora un lungo futuro davanti a sè, salvo attentati.  Io sono una persona da sempre schierata contro la violenza, però certe volte mi vengono i dubbi: perché il fan sfegatato va a sparare a John Lennon che un suo perché ce l’aveva, e invece Justin Bieber  gira con la Ferrari e si slinguazza sui sedili posteriori delle auto come ogni sedicenne che si rispetti?

Ecco, il punto è proprio questo. Justin Bieber ha tradito le sue fan. A sedici anni il ragazzo è circondato dalle donne più belle dello star system che lo sbaciucchiano e lo coccolano, mica scemo. Finchè ha l’età, uno ne approfitta. Tra l’altro il talento di Justin, o JUSS, potrebbe essere compromesso dalla crescita che gli sta cambiando la voce e magari se tra cinque anni canta “Baby” con la voce di Dolph Lundgren (“Ti spiezzo in due“, per intenderci) nessuno si addolcisce più alla sua vista, e a quella del suo casco di capelli che i Beatles in confronto lottavano contro la calvizie.

Anyway è successa questa tragedia: tra le coccole di Katy Perry e quelle di Kim Kardashian (tra l’altro minacciata di morte dalle fan), Justin Bieber ha baciato una ragazza. Così è scoppiato il putiferio. Io di fan accaniti nella  mia vita ne ho visti, letti e sentiti parecchi, ma quelli di Justin Bieber hanno battuto anche quelli di Mauro Marin, sono arrivati alle minacce di morte anche questi. La seconda cosa fondamentale è che sono tutte donne, al massimo qualche ghei. Ma le donne sono davvero terribili quando si mettono.

Questa povera baciatrice è diventata automaticamente “troia”, minacce di morte da tutto il mondo, Justin Bieber si ritrova dietro di sè una schiera di ragazze possedute dall’ormone, in qualunque posto vada. Per esempio, vi consiglio di leggere i numerosissimi commenti delle fan indignate, qui. Trovo la cosa davvero sconcertante, io non ho mai fatto nulla di simile in vita mia, nemmeno nella fase più bassa e triste della mia frustrata adolescenza.

Insomma, il perché di tanto subbuglio mica l’ho ancora capito io. Mi chiedo quale sia il confine tra fan e fanatismo estremo, tra apprezzamento ed ossessione. Ma ancor di più mi chiedo, cos’ha fatto di tanto eclatante questo Justin Bieber, a parte distruggere i timpani di chi ancora apprezza la buona musica? No, perché se mi dite che è per la forma del cuore che fa con le mani, quella la so fare pure io eh.

Justin Bieber

Il nubifragio sull’heineken Jammin’ Festival 2010: tutti contro Lobotomia!

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“I fan dei Green Day sono pezzi di merda” è il titolo del post-provocazione che tutti quelli che hanno letto non hanno praticamente capito.

Il 4 luglio il nubifragio che ha colpito Mestre e di conseguenza il Parco San Giuliano dove si è tenuto l’Heineken Jammin’ Festival 2010, non ha permesso ai Green Day di esibirsi, e dopo tanta attesa i fan son dovuti scappare via per non prendersi qualche malanno sotto una pioggia più che insistente e un vento poco rassicurante.

Bisogna considerare che il Festival è da molti visto ormai come maledetto, dopo la triste vicenda del 2007: Festival annullato a causa di una tromba d’aria.

Il punto della situazione è però un altro: nessuno ha capito la critica di messere Lobotomia, espressosi sì in maniera poco delicata ma sufficientemente chiara.

In molti se la sono presa per la sua affermazione #1: “5 fan su dieci erano accompagnati dai genitori”

Era la piccola scoperta dell’autore ed anche mia se vogliamo, che sono arrivata all’Heineken Jammin’ Festival con l’idea di ritrovarmi tra gente ubriaca, fatta e delirante, ma comunque dai venti in su, o al massimo diciotto anni. Ed invece con mia grande sorpresa mi sono ritrovata intorno tantissimi ragazzini accompagnati dai genitori, un gesto da ammirare, soprattutto se a quei genitori non piace il genere musicale che ascoltano i figli, per cui c’è ben poco da prendersela se la cosa è saltata un pò all’occhio di tutti quelli che erano lì per i Green Day e avevano qualcosa in più di quindici anni.

Affermazione #2: I fan dei Green Day quando ascoltano le canzoni dicono di volere cambiare il mondo, quando devono alzare un dito per aiutare a tenere una tenda ferma si defilano e fanno gli indifferenti.

Considerata la media d’età, non si può che giungere alla conclusione che questi giovani quindicenni non si applichino per nulla e preferiscano ammirare l’ignoto aspettando che la pioggia passi, pregando il dio del punk che il gruppo possa finalmente suonare. Sì perchè purtroppo in molti non hanno realizzato immediatamente che il concerto fosse stato annullato, forse li avevano fatti andare via solamente per fare prendere aria alla zona sotto il palco. Forse era davvero la nuvola di passaggio nella quale avevamo inizialmente sperato tutti, fattosta che quando è stato il momento di reggere le tende dello stand Vodafone dentro il quale ci siamo rifugiati, l’unica cosa per cui gli intraprendenti fan dei Green Day, arrivati da tutta Italia, si sono mobilitati, è stata una maglietta della Vodafone per il ricambio, onde evitare una bella broncopolmonite.

L’attacco va principalmente ai fan dei Green Day perchè loro erano la maggioranza della giornata, perchè la media d’età dei fan dei Green Day è quindici anni, perchè a quindici anni si vuole cambiare il mondo con il pensiero, perchè i quindicenni di oggi il mondo lo cambiano dai Facebook, soprattutto i quindicenni fan dei Green Day che hanno commentato il post di Lobotomia non hanno ben afferrato un concetto piuttosto elementare: le condizioni metereologiche non dipendono dalle persone che vivono a Mestre o che organizzano eventi a Mestre.

L’organizzazione dell’Heineken Jammin’ Festival va accusata poichè va sempre tenuta in considerazione la possibilità di un imprevisto e soprattutto bisogna attrezzarsi in tempo per far si che circa quarantamila persone non si disperdano per il parco sotto la pioggia e la grandine, e vadano a rifugiarsi sotto ai tavoli in mezzo al fango.

Ma non si possono incolpare gli organizzatori dell’evento per il mal tempo, a meno che non si venga a scoprire che si tratta di sciamani portati direttamente dal cuore dell’Africa o dei migliori stregoni sudamericani pronti a danzare per invocare il più feroce dei nubifragi. A che pro, poi?

E soprattutto, un tempo non si spiegavano anche a scuola, magari vagamente, le dinamiche del meteo? O dobbiamo laurearci tutti quanti per capire com’è che funziona?

Lobotomia secondo molti è  testa di cazzo e forse non si sbagliano poi più di tanto, ma in questo caso conviene loro rileggere meglio il post e tentare, anche se a fatica, di rimettere in moto i neuroni che la natura ha concesso loro per capire che gli organizzatori non hanno attivato un nubifragio per divertirsi e vedere la gente correre qua e là, semplicemente si sono preparati male a questa eventualità.

Che i Green Day vi proteggano sempre, anche se non sono punk come pensate voi.

Rai per una notte: quando la rivoluzione diventa telematica

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Il più grande evento web della storia italiana“, è scritto sul sito ufficiale. Il 25 marzo Rai per una notte effettivamente è stato un evento senza precedenti nella storia del nostro Paese, anche perchè il web si è affermato da poco e solo adesso inizia a muovere passi più certi e solo adesso diventa il modello alternativo rispetto alla cara e vecchia tv.

I dati registrati sono davvero incredibili, gli accessi a internet spaventosi, tantissimi italiani il 25 marzo hanno seguito Santoro e co. in streaming, mentre dal PalaDozza di Bologna manifestavano per l’informazione libera. Infatti l’informazione italiana sembra libera, ma non lo è, e quindi occorre manifestare.

In molti hanno parlato di “rivoluzione“, ho visto occhi sognanti solo a nominare l’evento che questi grandi combattenti hanno deciso di mettere in atto, soprattutto dopo la scelta da parte della Rai di censurare i talk show politici a causa delle elezioni imminenti. Ma funzionano così le rivoluzioni?

Lasciamo perdere l’ideale della rivoluzione “alla Che Guevara“, forse possiamo tralasciare anche pensieri sessantottini, ma la rivoluzione funzionerà davvero via web?

Già ci lamentiamo del fatto di essere tutti dei microcosmi solitari incollati a degli schermi, pronti a digerire tutto quello che ci propinano. In pochi ormai sono rimasti semi-svegli ed oltre a parlare, rifiutano l’azione, oppure non hanno la minima idea di come si agisca. Una poltrona è sempre più comoda di una protesta concreta, dopotutto.

Io sono tra le persone che parlano e basta, ma mi piacerebbe che lo ammettessero anche gli altri. Ammiro ed apprezzo quanto proposto da Santoro, ma ritengo sia stata un’iniziativa nata e morta lì, ma solamente perchè gli Italiani sono fatti così, si lamentano e sono soddisfatti. Dopotutto a parlare su Facebook e ad insultare chi non ci fa comodo, siamo bravi tutti. Poi alle urne il voto finisce sempre dalla parte del lupo cattivo, deve pur esserci un perchè!

Se questa “rivoluzione telematica” durata appena una notte è riuscita a far emergere un quantitativo sbalorditivo di italiani che rifiutano la situazione vigente, com’è possibile che alle urne questi italiani svaniscano magicamente?

Non è che per caso si astengono tutti o tutti boicottano le elezioni? Se così fosse, mi dispiacerebbe davvero molto sapere che un gesto come il voto venga sminuito. Un atto semplice, ma uno strumento, un’arma per la quale in molti hanno dato la vita.

Tantomeno non va sottovalutata la potenza del web. Il problema di internet è che tutti sono uniti semplicemente in una rete virtuale, a noi qui servono i fatti, serve gente che si distacchi dal monitor e impari a parlare usando la voce e non le mani su una tastiera. Abbiamo bisogno che le parole di una notte vengano ripetute ancora una volta e non su Twitter, nemmeno su Facebook, uscite per le strade, se proprio volete la vera rivoluzione. Se proprio volete che qualcosa si smuova, quantomeno.

Eroi o non eroi? Questo è il problema

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L’era moderna, l’era delle comodità. Ci eravamo abituati al bancomat, ai cibi pronti, ai take away e ai fast foods, ma ancora non m’era capitato di trovare le discussioni impacchettate. Perchè bisognava aspettare l’era di Facebook.

Spuntano come funghi innumerevoli “gruppi di discussione” dove nessuno discute. C’è un titolo, una categoria, una foto. E poi basta cliccare su un “condividi” per diffondere il messaggio al resto della rete di amici, ognuno dei quali poi potrà a sua volta optare per un “mi piace” o decidere di condividere. Gli argomenti sono dai più inutili, della serie “Quelli che quando salutano dicono ciao” a “un pensiero a tutti i soldati morti in guerra” o addirittura “i bambini in africa muoiono di fame se non condividi sei un insensibile”.

Al di là della discutibilità della grammatica, che fa capire quale sia il tasso di istruzione che scorre nelle vene di questa gioventù, dalla quale tra l’altro mi escludo (concedetemelo), non è possibile pensare di cambiare il mondo con un click. Il mouse purtroppo non è una bacchetta magica, e più gente si confinerà tra le mura di casa cliccando sui vari link  decidendo se apprezzare o meno, più al di fuori di quelle mura andrà a finire male.

Premesso ciò, l’argomento sul quale vorrei soffermarmi sono i gruppi a favore dei soldati morti in Afghanistan, e quelli a favore delle morti bianche, o morti sul lavoro se preferite. I sociologi di questi tempi avranno un gran da lavorare, specie su quelle che definirei “mode-flash”. Che dire “mode passeggere” sarebbe già riferito a un periodo di tempo troppo lungo.

Se da un lato internet può essere la maniera più veloce di diffondere notizie, è anche quella più veloce per vederle dimenticate, creando piccole onde che svaniscono improvvisamente nel nulla.

Il giorno della morte dei quattro soldati in Afghanistan, tutti hanno dimostrato il loro cordoglio nei confronti di quelli che sono stati definiti “eroi”. Anche il giorno seguente. Il terzo giorno l’onda andava già disperdendosi, per lasciare spazio alla classe operaia. Ad un certo punto, le stesse persone che avevano ricordato l’onore degli eroi morti per la patria con un semplice link, li “rinnegavano” per sostenere l’idea opposta, chiedendosi perchè gli operai non possano essere definiti eroi. Nemmeno il tempo di arrivare al giorno dei funerali, che già gli operai impazzavano tra i link.

La cosa che mi fa rabbrividire è il fatto che se si tenta di cercare una qualunque forma di dialogo per confrontare le proprie idee con quelle altrui, non si riceve risposta. Basta un link a racchiudere tutto quello che una mente umana può concepire. Tutto il resto è una serie di cuori, “lol” e frasi prive di senso. Per cui, l’idea della gente, visto che è così che bisogna pensare adesso, è quella per la quale si sostiene che un soldato morto in guerra, considerato eroe nazionale, sia andato consapevolmente in guerra, per ricevere uno stipendio superiore alla norma, e quindi non sia da considerarsi eroe, ma un semplice morto sul lavoro.

Oppure, se il militare deve essere considerato eroe, anche il morto sul lavoro lo è. L’uomo che muore in fabbrica o che cade da un cornicione mentre lavora sotto 40° all’ombra e che non riceve lo stesso compenso del militare, è un eroe.

La questione fa riflettere largamente.

Non mi dilungo su quello che è il mio pensiero. Vorrei semplicemente limitarmi a ricordare tutti gli eroi che lottano quotidianamente contro una malattia, quelli che lottano nel tentativo di trovare una soluzione per far sì che quella malattia smetta di uccidere, quelli che lottano contro lo stomaco che brontola perchè non c’è da mangiare, quelli che lottano perchè vogliono un’istruzione adeguata, che lottano per il diritto di essere liberi, quelli che lottano perchè vogliono la vita che hanno avuto in dono, e la vogliono fino in fondo.

Non bisogna necessariamente essere morti, per essere eroi.

Le ronde anti-ronde: arrivano i Doughboys.

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Chi sono, nessuno lo sa. Però hanno un sito e una “giustificazione” che potremmo lasciar passare come valida, riguardo la loro esistenza. Sono tempi in cui i giovani si annoiano e allora cercano i modi più bizzarri e, a loro dire, alternativi, per far passare il tempo ingrato.

I doughboys durante la prima guerra mondiale arrivavano dall’America per salvare l’Europa dalla catastrofe.

Oggi sbarcano a Roma, si aggirano per le strade, inneggiando all’illegalità. E hanno anche un sito internet e una pagina su Facebook, sono al passo coi tempi. Nel Paese “delle ronde e degli sceriffi“, come dicono loro, sembra non ci sia più spazio per godere dell’illegalità, così ci hanno pensato loro a portarla in giro per le strade, come se non ce ne fosse di già.

Ma quella dei Doughboys è un’illegalità originale. Vanno in giro vestiti da yuppie, a regalare materiale scaricato da internet; il Papa regala invece “droghe di vario tipo“, mentre il goalkeeper organizza le partite in strada, riappropriandosi degli spazi pubblici. I giovani sembrano accogliere con entusiasmo l’iniziativa dei tre mascherati, con tanto di foto che testimoniano l’impresa.

Ci riveleranno i nostri eroi la loro identità?

E’ proprio questo il modo migliore per rimettere in piedi la nostra povera società agonizzante?

Ora lo scopro, datemi tempo.

I tre doughboys

I tre doughboys

L’Apollo 11 e i 40 Anni dallo sbarco sulla Luna, diversi modi per parlarne e ricordarlo

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Oggi sono 40 anni che l’uomo ha conquistato la Luna, grazie all’Apollo 11, un evento che tutt’ora sembra attuale e suscita interesse e polemiche.
Nel web Youtube gli dedica il logo del giorno, la NASA rende disponbili i filmati video restaurati di undici filmati relativi all’Apollo 11, la blogosfera tutta ne parla (tra l’altro c’è chi ricorda la voce di Tito Stagno).
Servizi come We Choose The Moon ripercorrono le fasi di tutta la missione partendo da Cape Canaveral e seguendo l’Apollo 11 fino allo sbarco sulla Luna.
Anche Google dice la sua con Google Moon, ricostruendo su una mappa virtuale luoghi ed eventi in ordine cronologico.

Il mondo del cinema anche coglie l’occasione per ricordare l’evento e Sam Rockwell si presenta con il suo “Moon“, sperando non sia l’ennesimo flop sull’argomento.

Intanto per sentirci meno lontani dallo spazio dal 2010 sarà possibile passare le proprio vacanze in orbita, l’ennesimo piccolo passo per l’uomo e grande passo per l’umanità.

Io ora non ho tempo, vengo dalla luna.

Questo blog alza la voce contro il decreto Alfano

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Io non mi interesso delle dinamiche sociali, ma far tacere appositamente i blog come segno di protesta contro il decreto che vuole mettere a tacere i blog, mi sembra come un voler accontentare le loro richieste. Questo blog oggi parla, come parla ogni qual volta abbia voglia di farlo.

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