Ora Muoio, Dammi Tempo

I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi.

La Mafia non esiste. Strozziamoci tutti.

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La Mafia non esiste.

Non è una frase nuova.

Lo dicevano già i politici democristiani tra gli anni ’60 e ’70.
Lo ha più volta fatto capire Giulio Andreotti.
Lo ha detto Vittorio Sgarbi.
Lo ha ribadito Marcello Dell’Utri.

Ora anche il nostro Premier Silvio Berlusconi lo lascia intendere.

La mafia non esiste.

Chi ha scritto seri televisive come “La Piovra”, dovrebbe essere strozzato. Lo stesso per chi ha scritto libri che parlano dell’argomento.
Queste persone creano una pessima immagine dell’Italia e grazie alle loro invenzioni ottengono successo.

Poco importa che c’è chi ci crede davvero e sa dove andremo a finire.

Però che la mafia non esiste andiamo a dirlo alle oltre 150 vittime di Cosa nostra, alle oltre 30 vittime della Camorra, alle altrettante vittime della ‘Ndrangheta, alle poco pià di dieci vittime della Sacra Corona Unita.

Andiamo tutti quanti a dire che la mafia non esiste a coloro che ancora ricordano la Strage di Capaci, che lo sappiano Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, che lo sappiano le rispettive moglie e i figli.

Urlatelo a coloro che hanno subito la Strage di Via D’Amelio, Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, e le loro rispettive famiglie devono saperlo.

La mafia non esiste. Le stragi di mafia non esistono.

E’ tutta fiction! E’ un’invenzione di chi vuole male all’Italia. Mi spiace per Roberto Saviano, ma inventa cose che danneggiano la nostra immagine. Insieme a lui anche Mario Puzo ha scritto cose assurde e come quelli della “Piovra” anche Francis Ford Coppola nel riprendere “Il Padrino” ha disegnato qualcosa che non esiste.

Non importa poi se la maggior parte di produzioni della TV che negli ultimi anni abbiano avuto a che fare con mafie di vario genere siano state prodotte da Mediaset. Il resto non va bene.

La mafia non esiste.

Non ha quindi senso di esistere nel Codice Penale l’associazione per delinquere di tipo mafioso, possiamo tranquillamente eliminare da esso l’art. 416 bis.
Non ha nemmeno valore l’esistenza del concorso esterno in associazione mafiosa, quindi può scomparire proprio l’art. 416 del codice penale. Forse è proprio questo il motivo di tanto parlare vero?

E tutti qui poveri detenuti per queste infamanti accuse? Liberiamoli no? Sono vittime di invenzioni!
E i pentiti di mafia? I cosiddetti collaboratori di giustizia? Puniamoli perchè hanno detto il falso! All’inferno!

La mafia non esiste.

Datevi tempo e abituatevi a crederci. Strozziamoci tutti.

Emmaus: il nuovo romanzo di Baricco

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“Qualche giorno dopo la morte di Cristo, due uomini camminano per la strada che conduce alla cittadina di Emmaus, discutendo di ciò che è successo sul Calvario, e di alcune voci, strane, di sepolcri aperti e tombe vuote. Si avvicina un terzo uomo e domanda loro di cosa stanno parlando. Allora i due gli dicono: Come, non sai nulla delle cose accadute a Gerusalemme?
Quali cose? lui chiede, e si fa raccontare. I due gli raccontano. La morte del Cristo e ogni cosa. Lui ascolta. [...] Durante la cena, l’uomo spezza il pane, con tranquillità, con naturalezza. Allora i due capiscono, e riconoscono in lui il Messia. Lui sparisce.”

Il titolo del nuovo romanzo di Baricco è tratto chiaramente da questo episodio. I due discepoli, uno Cleopa e l’altro rimasto anonimo, rimangono sorpresi dalla loro “cecità” di fronte al Messia. E’ questa forma di cecità, legata alle abitudini e alla tradizione, che rimane un elemento chiave di tutto il romanzo.
La voce narrante parte in terza persona nel prologo, ma diventa in prima persona lungo tutto il corso del racconto e la sua identità è a noi sconosciuta. Sappiamo i gesti che compie, sappiamo delle sue interazioni, delle persone e delle cose che ama, della sua fede, ma non sappiamo il suo nome.

“Abbiamo tutti sedici, diciassette anni-ma senza saperlo veramente, è l’unica età che possiamo immaginare: a stento sappiamo il passato”.

E’ così che si apre “Emmaus” e poi entra nelle vite di quattro amici. Uno è il narratore, poi ci sono Il Santo, Bobby e Luca, l’unico nome vero e proprio, per giunta uguale a quello di colui che ha lasciato la testimonianza dell’episodio di Emmaus.
I quattro adolescenti sono alle prese con le loro vite e le contraddizioni che ne derivano. Si contraddistinguono dagli altri per la loro forte fede. Suonano nel gruppo della chiesa, si sentono importanti, credono fermamente nell’”Edificazione del Regno”. E lentamente si disperdono, cercando un appiglio, a volte ciechi, come gli Apostoli.
Le vicende si svolgono in un tempo e in un luogo che restano indefiniti, come in tutti i libri di Baricco, ma che molto probabilmente possono essere collocati nella Torino degli anni ’70.
Gli adolescenti sono alle prese con le prime esperienze sessuali, stanno iniziando a scoprire la vita. Ma questi quattro ragazzi, con i loro problemi, le loro paure e i loro sogni, si discostano leggermente da tutti gli altri, racchiusi in un globo che raccoglie le loro storie, i loro successi e i loro fallimenti, il loro assaporare la vita in altra maniera.
E dopo c’è Andre, la ragazza speciale, la Regina, quella che tutti amano e che muore. Ha iniziato a morire nel momento in cui è nata e non smette mai di farlo e sembra che una maledizione ricada sulla sua famiglia. E Andre prova a morire tra le acque scure del fiume, tenta il suicidio, ma continua a morire, da viva. Questi ragazzi la guardano affascinati, da lontano, di rado tentano di avvicinarsi, quasi come se ne avvertissero il pericolo, quasi come intimoriti dal mistero e dall’oscurità che questa ragazza morente si porta dietro.
Non si sa se sia vero oppure no, ma nel momento in cui si avvicinano di più a lei, le cose cambiano. Anche loro iniziano ad assaporare in altro modo la vita, pur mantenendosi sempre ben legati alla loro fede, alle loro abitudini e tradizioni, ma assaggiando anche i piatti che offre l’altra faccia della medaglia. Si uniscono le contraddizioni, il bene e il male, la luce e le tenebre, la vita e la morte.
Mentre Andre muore ogni giorno, Luca muore gettandosi dal suo balcone. Muore e si porta via i suoi dubbi e le sue paure, lasciandole in eredità all’amico, che racconta di lui e di Bobby, che muore ogni giorno iniettandosi la sua dose.
E poi c’è Il Santo, che ha un nome ma non ci è dato saperlo, e che forse è la figura più controversa tra i quattro.
Il protagonista, la voce narrante, cerca di ricostruire passo per passo quello che sta andando perduto, ma nella confusione non esiste più un filo logico che possa permettergli di ricostituire delle vite che sono andate altrove, che sono andate e basta.
In questo romanzo Baricco diviene più concreto, si discosta dalle opere alle quali ci aveva abituati, quali “Oceano Mare” o “Castelli di Rabbia”. Affronta l’adolescenza di questi ragazzi forse perdendosi troppo spesso in filosofie e pensieri che rallentano l’azione, allungano gli eventi e i tempi. A volte stancano.
I ragazzi borghesi, che studiano, non fumano, non bevono, non fanno sesso, fanno volontariato, vogliono dare uno sguardo al mondo degli altri, al mondo di Andre, dove forse gli eventi si susseguono in maniera più brusca, meno lineare, finendo col non capire più cosa sia giusto e cosa no, quale sia la linea di confine tra il bene e il male. Baricco descrive semplicemente le debolezze umane, avvalendosi della fase della vita in cui forse, prese dalla confusione, queste risaltano maggiormente.
Evidenzia il contrasto tra l’abbandono della tradizione e la novità vissuta con senso di colpa, il peccato, ma non colpisce come ha saputo ben fare, ad esempio, con “Novecento”.
Sarà anche un’argomentazione diversa, il linguaggio rimane pur sempre baricchiano, ma meno intenso nella sua intensità. E’ meno capace di emozionare e di lasciare impresse immagini forti, sebbene pare che il tentativo sia rimasto identico. Ma non c’è magia, quella che ha permesso a molte persone di amare le parole di questo scrittore. Non un lavoro da buttare, ma deluderà sicuramente i tanti che si aspettano la meraviglia, l’arte e la bellezza delle opere precedenti.

Ora ti sposo dammi tempo

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La notizia più discussa degli ultimi giorni è che Donatella Papi vuole sposare Angelo Izzo, meglio noto come “Il Mostro del Circeo“.
Per chi non lo sapesse, ormai questa donna ha una credibilità e una stima pari a zero da parte dell’opinione pubblica, considerata, suppongo e spero, nella sua totalità.
Ex giornalista de “Il Giornale”, Donatella Papi ha suscitato scalpore per la sua decisione, ma in particolar modo per le affermazioni che ne sono venute fuori. Per meglio comprendere la reazione dell’opinione pubblica, ripercorriamo rapidamente la biografia dell’uomo che dovrebbe diventare suo marito.
Nel 1975 Angelo Izzo è il protagonista, insieme a Giovanni Guido e Andrea Ghira del Massacro del Circeo, ovvero, per farla molto breve, ha stuprato ed ucciso due ragazze.
Izzo finisce in carcere. Gli viene concessa la semi-libertà nel 2005. Questo gli permette di uccidere altre due donne, per cui il Mostro del Circeo torna in carcere e nel 2007 viene condannato all’ergastolo.
Con occhio poco rassicurante, Izzo rimane impassibile di fronte ai familiari delle sue vittime, con un sorriso malsano e a dir poco inquietante. Queste persone nel corso degli anni non hanno potuto smaltire il dolore della perdita, ma quantomeno vorrebbero tirare un piccolo sospiro di sollievo nell’avere la certezza che giustizia sia stata fatta e che quell’uomo possa rimanere in carcere fino alla sua morte.
Per quanto anomalo e incredibile possa risultare, nessuno può negare l’amore a due persone, al di là dei fatti che contraddistinguono le loro esistenze.
Sebbene tutto ciò appaia estremamente assurdo, quello che più colpisce non è tanto l’amore che i due sostengono di provare tanto da volere il matrimonio (si sono visti in una sola occasione, per il resto la loro storia è basata su un rapporto esclusivamente epistolare), ma più che altro la capacità e il coraggio poco ammirevole di questa donna di voler riprendere il caso sostenendo l’innocenza di un reo confesso.
Quest’ultimo ha scritto anche un libro, non pubblicato, in cui si riferisce chiaramente agli stupri e agli omicidi commessi, la verità è più che evidente, ma questa donna, oltre ad essere resa cieca dall’amore (presunto o reale che sia), sembra aver perso anche ogni barlume di razionalità e, se vogliamo aggiungerlo, di rispetto per se stessa in quanto donna e probabilmente potenziale vittima.
Nelle varie trasmissioni in cui è stata ospitata, Donatella Papi ha portato avanti la sua battaglia, ma immediatamente sia i conduttori che gli ospiti, hanno ritenuto opportuno dissociarsi da quanto detto dall’ex giornalista. Una persona tra il pubblico, a “Domenica 5″ condotta da Barbara D’Urso, ha sostenuto che oltre al matrimonio sarebbe opportuno procedere anche con l’estrema unzione. Questa piccola frase racchiude semplicemente gli intenti della donna.
Con sguardo tutt’altro che lucido e con una calma da mettere quasi paura, Donatella Papi cerca di offire delle motivazioni che risultano essere solamente un continuo arrampicarsi sugli specchi. E spesso scivola, lasciandosi andare ad affermazioni dure ed inconcepibili. “Che cos’è dopotutto la violenza sulle donne?”. Essa, secondo la Papi, è semplicemente frutto delle provocazioni che le donne lanciano agli uomini.
Sbandierando le sue lettere d’amore, proclama a gran voce l’innocenza di un uomo che è stato capace di fare del male per ben quattro volte, senza battere ciglio. Il pubblico è assolutamente contrariato, lei parla di Dante, di Ulisse, di argomenti che nulla hanno a che vedere con un pluriomicida.
Una creatura del genere, che di umano conserva ben poco, non merita perdono. Nessuna concezione religiosa nè d’altro tipo può permettere il perdono di un atto simile, confessato e ripetuto nuovamente.
L’amore è senza dubbio un sentimento che merita rispetto, ma si può considerare un uomo del genere capace di amare, onorare e rispettare una donna?
Può essere considerata sana una donna che va incontro ad un uomo del genere?
Per quanto importante e nobile sia questo sentimento, credete che sia giusto concedere ad Angelo Izzo, un Mostro, la libertà di amare, dopo aver privato quattro donne della libertà di vivere?

Ora ti converto, dammi tempo.

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E’ stata seguita da un inevitabile ondata di proteste la decisione presa dalla Corte Europea a Strasburgo, riguardo la presenza dei crocifissi nei luoghi pubblici.

La questione è stata sollevata più volte nel corso del tempo e si tratta, inoltre, di un argomento che tocca particolarmente l’Italia, a causa della non indifferente presenza della Santa Sede.

La Corte ha stabilito che  si tratti di “una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni”.

L’Italia ha presentato ricorso. La decisione non è piaciuta a molti esponenti del mondo politico. Non la accetta Casini, non la accetta il PdL, non la accetta soprattutto il mondo cattolico. Il crocifisso è il simbolo della nostra civiltà e deve restare là dove è sempre stato. E’ una tradizione che contraddistingue le radici dell’Europa, poco conta che per le aule scolastiche ci passino cinesi, marocchini, senegalesi.

L’Italia agli Italiani, insomma. Questo, vorrei ricordarlo, non è mica un Paese multietnico. Per cui il crocifisso deve rimanere al suo posto. E’ Mariastella Gelmini a sostenere che  “la presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione”. Secondo Buttiglione la decisione è da considerarsi addirittura “Aberrante“.

E se pensavate che fossimo i soli nel continente a prendecela tanto, sappiate che la Spagna non è messa molto meglio.

E voi, cosa ne pensate? E’ giusto mantenere appese a un muro le tradizioni del nostro Paese, la nostra Storia? Oppure è meglio che ognuno coltivi il proprio credo in privato?

E’ strettamente necessario mantenere il simbolo della religione prevalente nel Paese, anche laddove vi siano persone che non la praticano? Oppure perchè non possiamo fare degli altarini con gli oggetti di culto di ogni religione?

Cosa significa veramente, per voi, un crocifisso appeso a un muro?

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