Ora Muoio, Dammi Tempo

I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi.

Ora mi suicido, dammi tempo

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Ai suoi tempi, il buon vecchio Marx parlò di “alienazione sul lavoro“. Per non dilungarci troppo sulla questione filosofica parleremo di alienazione sul lavoro portando esempi pratici.

Si sa che al giorno d’oggi siamo tutti indaffarati a correre da una parte all’altra, e con tutto il lavoro che c’è da fare ci resta ben poco tempo da dedicare a noi stessi, alle nostre passioni, e roba varia. Non esiste, in realtà, una sfera che riguardi la vita privata e una che riguardi il lavoro. Ormai convivono, mescolate,si confondono.

In Francia, nell’azienda France Telecom, si sono verificati 23 casi di suicidi causati dal lavoro. L’ultimo aggiornamento è del 28 settembre. Un uomo di 51 anni si è tolto la vita buttandosi da un ponte, motivando il suo gesto con un bigliettino lasciato all moglie, nel quale diceva che tale gesto era stato causato dal clima teso dell’azienda. Ma vi sono altri casi, come quello di una donna che si è lanciata dal quarto piano, da una finestra della sede dell’azienda, a Parigi.

Nel corso di tre anni, 22.000 dipendenti hanno lasciato il posto di lavoro, in molti hanno anche protestato a causa del clima troppo teso. La situazione è diventata preoccupante, sebbene l’azienda abbia sostenuto che il tasso di suicidi sia “normale”, considerata la sua grandezza. Il caso ha attirato l’attenzione del governo francese, che inoltre è il principale azionista dell’azienda. Adesso i lavoratori depressi hanno la possibilità di consultare degli specialisti, in forma anonima, per cercare di risolvere i problemi sorti sul luogo di lavoro.

Mentre in Francia si cerca di risolvere questa sconvolgente situazione, in Giappone muore una persona ogni quindici minuti. Il Giappone è infatti il Paese con il tasso di suicidi più alto e la nuova moda vuole anche che siano originali. L’originalità è una prerogativa giapponese, infatti i suicidi adesso si annunciano tramite web. Takeo Saito, un noto sociologo nipponico, sostiene che l’aumento del tasso di suicidi sia stato provocato dall’ex-premier Koizumu, che avrebbe aumentato “il senso di precarietà della gente”.

Tra suicidi sul posto di lavoro e suicidi sul web, passiamo ad uno dei suicidi più celebri della storia: quello di Adolf Hitler.

Un nuovo documentario di History Channel intitolato “Hitler’s Escape” rivela che il suicidio del Führer potrebbe essere una messa in scena. Nick Bellantoni, che ha analizzato i resti del presunto cranio, ha dichiarato infatti che le ossa apparterrebbero ad una donna con meno di quarant’anni e non ad un uomo di 56, età che aveva Hitler al momento della sua morte. La storia rivela dei nuovi misteri, forse il più grande e spietato dei dittatori si è aggirato tra la gente, senza che nessuno ci facesse caso.


Eroi o non eroi? Questo è il problema

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L’era moderna, l’era delle comodità. Ci eravamo abituati al bancomat, ai cibi pronti, ai take away e ai fast foods, ma ancora non m’era capitato di trovare le discussioni impacchettate. Perchè bisognava aspettare l’era di Facebook.

Spuntano come funghi innumerevoli “gruppi di discussione” dove nessuno discute. C’è un titolo, una categoria, una foto. E poi basta cliccare su un “condividi” per diffondere il messaggio al resto della rete di amici, ognuno dei quali poi potrà a sua volta optare per un “mi piace” o decidere di condividere. Gli argomenti sono dai più inutili, della serie “Quelli che quando salutano dicono ciao” a “un pensiero a tutti i soldati morti in guerra” o addirittura “i bambini in africa muoiono di fame se non condividi sei un insensibile”.

Al di là della discutibilità della grammatica, che fa capire quale sia il tasso di istruzione che scorre nelle vene di questa gioventù, dalla quale tra l’altro mi escludo (concedetemelo), non è possibile pensare di cambiare il mondo con un click. Il mouse purtroppo non è una bacchetta magica, e più gente si confinerà tra le mura di casa cliccando sui vari link  decidendo se apprezzare o meno, più al di fuori di quelle mura andrà a finire male.

Premesso ciò, l’argomento sul quale vorrei soffermarmi sono i gruppi a favore dei soldati morti in Afghanistan, e quelli a favore delle morti bianche, o morti sul lavoro se preferite. I sociologi di questi tempi avranno un gran da lavorare, specie su quelle che definirei “mode-flash”. Che dire “mode passeggere” sarebbe già riferito a un periodo di tempo troppo lungo.

Se da un lato internet può essere la maniera più veloce di diffondere notizie, è anche quella più veloce per vederle dimenticate, creando piccole onde che svaniscono improvvisamente nel nulla.

Il giorno della morte dei quattro soldati in Afghanistan, tutti hanno dimostrato il loro cordoglio nei confronti di quelli che sono stati definiti “eroi”. Anche il giorno seguente. Il terzo giorno l’onda andava già disperdendosi, per lasciare spazio alla classe operaia. Ad un certo punto, le stesse persone che avevano ricordato l’onore degli eroi morti per la patria con un semplice link, li “rinnegavano” per sostenere l’idea opposta, chiedendosi perchè gli operai non possano essere definiti eroi. Nemmeno il tempo di arrivare al giorno dei funerali, che già gli operai impazzavano tra i link.

La cosa che mi fa rabbrividire è il fatto che se si tenta di cercare una qualunque forma di dialogo per confrontare le proprie idee con quelle altrui, non si riceve risposta. Basta un link a racchiudere tutto quello che una mente umana può concepire. Tutto il resto è una serie di cuori, “lol” e frasi prive di senso. Per cui, l’idea della gente, visto che è così che bisogna pensare adesso, è quella per la quale si sostiene che un soldato morto in guerra, considerato eroe nazionale, sia andato consapevolmente in guerra, per ricevere uno stipendio superiore alla norma, e quindi non sia da considerarsi eroe, ma un semplice morto sul lavoro.

Oppure, se il militare deve essere considerato eroe, anche il morto sul lavoro lo è. L’uomo che muore in fabbrica o che cade da un cornicione mentre lavora sotto 40° all’ombra e che non riceve lo stesso compenso del militare, è un eroe.

La questione fa riflettere largamente.

Non mi dilungo su quello che è il mio pensiero. Vorrei semplicemente limitarmi a ricordare tutti gli eroi che lottano quotidianamente contro una malattia, quelli che lottano nel tentativo di trovare una soluzione per far sì che quella malattia smetta di uccidere, quelli che lottano contro lo stomaco che brontola perchè non c’è da mangiare, quelli che lottano perchè vogliono un’istruzione adeguata, che lottano per il diritto di essere liberi, quelli che lottano perchè vogliono la vita che hanno avuto in dono, e la vogliono fino in fondo.

Non bisogna necessariamente essere morti, per essere eroi.

Catto-Comunisti

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catto-comunisti

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Non dire “catto” se non ce l’hai nel sacco

Le ronde anti-ronde: arrivano i Doughboys.

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Chi sono, nessuno lo sa. Però hanno un sito e una “giustificazione” che potremmo lasciar passare come valida, riguardo la loro esistenza. Sono tempi in cui i giovani si annoiano e allora cercano i modi più bizzarri e, a loro dire, alternativi, per far passare il tempo ingrato.

I doughboys durante la prima guerra mondiale arrivavano dall’America per salvare l’Europa dalla catastrofe.

Oggi sbarcano a Roma, si aggirano per le strade, inneggiando all’illegalità. E hanno anche un sito internet e una pagina su Facebook, sono al passo coi tempi. Nel Paese “delle ronde e degli sceriffi“, come dicono loro, sembra non ci sia più spazio per godere dell’illegalità, così ci hanno pensato loro a portarla in giro per le strade, come se non ce ne fosse di già.

Ma quella dei Doughboys è un’illegalità originale. Vanno in giro vestiti da yuppie, a regalare materiale scaricato da internet; il Papa regala invece “droghe di vario tipo“, mentre il goalkeeper organizza le partite in strada, riappropriandosi degli spazi pubblici. I giovani sembrano accogliere con entusiasmo l’iniziativa dei tre mascherati, con tanto di foto che testimoniano l’impresa.

Ci riveleranno i nostri eroi la loro identità?

E’ proprio questo il modo migliore per rimettere in piedi la nostra povera società agonizzante?

Ora lo scopro, datemi tempo.

I tre doughboys

I tre doughboys

Persepolis diventa 2.0, e ci racconta l’Iran di oggi.

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Persepolis, celebre fumetto autobiografico dell’iraniana Marjane Satrapi, racconta la rivoluzione iraniana del 1979.

Il fumetto è diventato anche film nel 2007 ma oggi passa al web, il nuovo e più efficace mezzo di diffuzione di notizie. Quindi nasce Persepolis 2.0, ad opera di Sina e Payman e racconta la storia dell’Iran di oggi, dell’onda verde di Moussavi, il regime di Ahmadinejad e la morte di Neda, divenuta il simbolo della protesta.

Entrambi gli autori vivono attualmente a Shangai e si occupano di marketing, hanno deciso di riprendere alcune tavole di Marjane Satrapi, per raccontare la storia dell’Iran oggi, fondamentalmente non troppo diversa da quella di trent’ann fa. Il fumetto prende vita durante i primi esiti della campagna elettorale, nel momento in cui i due autori si sentono frustrati per la situazione del loro Paese.

I disegni rimangono nella loro versione originale, a cambiare sono solo i dialoghi, più adatti al mondo del web e ricalcati sulla realtà odierna. E’ possibile trovare il fumetto sia nel sito ufficiale che nella pagina di flickr.

Persepolis 2.0

Persepolis 2.0

I soldati italiani

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Basterà il cordoglio del Presidente del consiglio, il discorso del ministro della Difesa, che il Presidente della Repubblica torni da Tokyo?

Oppure basterà dire che i Lince sono dei mezzi molto resistenti, che li usiamo solo noi e gli inglesi, quindi roba buona.

Ma non resistono ai kamikaze e non riportano indietro nessuno. Per chi stanno morendo?

Ed è esattamente questa la strategia della pace?

Silenzio. A volte, è meglio tacere.

Le notizie delle ultime ore

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Cala il consenso per Obama, presidente degli Stati Uniti acclamato dalle folle, in continua ascesa e poi STOP. C’è un punto in cui non si sale più, baratro e passo indietro. Ha toccato argomenti sbagliati.

Il consenso per il Presidente del Consiglio italiano invece è costante, ma soprattutto elevato. Nel frattempo la mala recitazione di Gabriel Garko batte la mala recitazione di Bruno Vespa, che in “Porta a porta” accenna al contraddittorio mentre Berlusconi divora la scena e mette tutti a tacere.
In Calabria c’è il mare inquinato. Lo sapevamo. Per i rifiuti tossici. Lo sapevamo. Colpa della mafia. Lo sapevamo. Sapevamo che le navi non sono affondate ieri, però siamo rimasti zitti. Anche questo, ci piace così.
L’UE dice che non si possono respingere coloro che richiedono asilo politico. Maroni sa che non si rivolge all’Italia. Mandiamoli via tutti.

E’ morto Patrick Swayze, il 2009 continua a mietere vittime. Ogni mese si ricorda che è morto Michael Jackson, è morto pure Mike Bongiorno. E’ morta un sacco d’altra gente. Voglio commemorare anche le persone saltate in aria in Afghanistan, i morti di fame in Nigeria e i condannati a morte, i cinesi che hanno parlato troppo.
Il principe Harry fa il compleanno, tanti auguri.

Le balene muoiono nel Tamigi e i gatti australiani tornano a casa dopo tre anni di pellegrinaggio. Julia Roberts mangia la pizza a napoli, gli uomini dicono più bugie delle donne.
Tra le notizie psico-scientifiche, che ci avvertono quando la cioccolata fa venire il mal di testa e quando invece lo cura, arriva un nuovo messaggio: Non sculacciate i vostri bambini, cresceranno aggressivi. Ecco perchè poi uccidono un uomo per una sigaretta o per dieci euro Perchè li avete sculacciati. Quando finiranno in tribunale potrete sbaciucchiarli.

Italia e informazione

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Uno degli elementi che ha contribuito a quello che consideriamo l’incivilimento della società, e quindi il suo divenire via via più complessa, è senza alcun dubbio l’informazione.
Il contributo di questa particolare attività svolta da una fetta di popolazione, bene o male in ogni parte del mondo, è assolutamente rilevante nella vita di ciascun individuo. Grazie all’informazione si apprende, si conosce la realtà che ci circonda e tutto quel che sapete anche voialtri che di informazione vi nutrite ventiquattr’ore su ventiquattro, tra un telegiornale, una chiacchierata o un quotidiano preso in metropolitana.
Quel che subentra, in ogni sfera dell’esistenza, è il potere. Molti filosofi si sono interrogati sulla natura del potere, ma non è quello che faremo in questa sede.
L’interrogativo che sorge, invece, è quanto possa influire il potere nell’ambito dell’informazione.
Prendendo come caso specifico il nostro Paese, dunque l’Italia, possiamo rilevare alcuni elementi che saranno utili a formulare la nostra risposta.
L’Italia è un paese democratico, indi è previsto che in un paese democratico l’informazione sia un diritto di tutti i cittadini che vivono in quel territorio. In un paese non-democratico, è risaputo, limitare l’informazione è tra i bisogni primari di un governo. In una situazione opposta, si da per scontato che tutti i cittadini saranno messi sempre al corrente nella maniera più democratica, egualitaria, limpida e reale possibile.
L’Italia è una nazione presente tra i Paesi del G8 etc., che vanta un articolo costituzionale, il terzo per la precisione, che recita:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Non serve l’intervento di un giurista per capire il concetto, espresso chiaramente nell’articolo. Per cui, un nuovo interrogativo che emerge è: perchè la Repubblica non interviene per rimuovere gli ostacoli di ordine sociale che si sono costituiti negli ultimi tempi?
Non siamo tutti nella stessa condizione, poichè ci sono persone a conoscenza di determinati avvenimenti e altre, che non sono considerate alla stregua delle prime, che vengono imbambolate in vari modi e ricevono informazioni manipolate.
La libertà di informare e di essere informati è stata di fatto limitata, ma basterà  accostare la parolina “Governo” all’idea di potere, e pensare a quanto quel potere faccia in ogni ambito della vita del Paese, nella fattispecie per quel che riguarda i mass media.
Fatti tutti i conti, la risposta sarà che il potere e l’informazione vanno di pari passo, per cui all’interno di un paese democratico, una volta che il potere è detenuto da qualcuno o da più persone che intendano limitare l’accesso ad informazioni che potrebbero rivelarsi scomode, i cittadini vedranno decadere uno dopo l’altro i diritti che la Costituzione dovrebbe garantire.
L’errore principale è quello di dare per scontato che il nostro sia un paese democratico e che rimanga tale, e quindi non prendere in considerazione l’idea di una mobilitazione che si scontri con “forze superiori” per reclamare i diritti sacri e inviolabili che determinano tale democraticità. Quello italiano è un popolo che ama la comodità e preferisce rimanere adagiato sui rimasugli di una pseudo-democrazia, piuttosto che muovere un dito in maniera efficace ed efficiente per non finire sottomesso.
Sebbene ancora il passo verso la non-democrazia non sia propriamente breve, è triste non scorgere alcuna reazione, ma solamente una minima punta di indignazione che si limita a rimanere pura retorica.
Di conseguenza, quando dalla tv inzieranno a sparire i programmi scomodi e gli ultimi che siano da considerare decenti e ci abbufferemo di vere e proprie “porcate” (passatemi il termine) cartacee e non, il popolo italiano avrà quello che si merita. Informazioni filtrate, realtà modificate e abbellite, storie “vere” inventate di sana piana da persone che hanno venduto la loro dignità morale. Perchè è così che sono e perchè a noi ci piace così.

A che ora è la fine del mondo?

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Cito direttamente dal mio libro di sociologia, riguardo il “processo di civilizzazione”, teoria proposta settant’anni fa da Norbert Elias:

Secondo questa teoria, nel Medioevo la vita quotidiana era caratterizzata dal sopruso, dalla violenza, dalla guerra, perchè in Europa vi era una pluralità di poteri sovrani in concorrenza e in lotta fra loro. Gli uomini vivevano così in uno stato permanente di insicurezza e di paura, pronti a difendersi dagli altri e ad attaccarli per primi. La situazione iniziò a cambiare [...] quando un potere territoriale più forte trionfò su quelli più deboli e a poco a poco si instaurò il monopolio della violenza legale da parte dello stato. [...] Gli individui abbandonarono a poco a poco la spontaneità, l’irruenza, l’autoindulgenza ed impararono a dominare se stessi, a controllare le proprie pulsioni e passioni, a regolare l’aggressività.”

Nel 2009 siamo ben lontani dal periodo medievale, dalla caccia alle streghe e tutto il resto. Anche se abbiamo avuto massacri e morti a non finire, roba da far provare invidia ai soldati dell’Impero Romano. Abbiamo inventato le bombe intelligenti, così colpiscono solo dove c’è da colpire, come se realmente si dovesse fare. Abbiamo inventato l’informazione. Così tutti possono essere sempre al corrente di quel che avviene intorno a loro. Abbiamo inventato il potere, così chi lo detiene può filtrare le informazioni. Abbiamo inventato il terrore, o meglio, abbiamo imparato a manipolarlo.

Nel 2009 siamo ben lontani dal periodo medievale, eppure leggo che in Giappone massacri e mattanze di delfini e balene sono ancora attuali, nonostante i richiami e le proteste di animalisti e persone sensibili riguardo l’argomento. Così il mare si riempie di sangue, il mare è un immenso cimitero in cui vi sono sepolti tesori, popoli, rifiuti tossici. Uno sterminato deposito di sangue, che tutto nasconde e sempre tace. E nonostante sia così sporco e pieno di sé, riesce sempre a lavarci la coscienza.

Siamo nel 2009, lontani dal medioevo e da quell’accozzaglia di persone in procinto di evolversi e pronte alla civilizzazione, e leggo che a Ponteranica, in provincia di Bergamo, il sindaco leghista ha deciso di rimuovere la targa di Peppino Impastato, morto nel 1978 per mano della mafia, simbolo di una lotta che non scorge una fine. Lotta scoraggiata da persone come colui che ha motivato la sua decisione sostenendo di voler onorare principalmente personalità locali. Come se nel morire non fossimo tutti uguali, come se a saltare in aria in Sicilia piuttosto che in Lombardia sia tutt’altra cosa. Forse perchè in Lombardia hanno più dignità di un “terrone”, forse perchè in Lombardia la mafia non c’è, ma i paraocchi sì.

Siamo nel 2009 e quasi mi sembra di tornare al medioevo, impazza l’omofobia. Mi sembra di tornare ai lager, mi sembra che vogliano riaprire i gulag, mi sembra di tornare semplicemente indietro. Mandiamoli tutti fuori questi poveri gay, sono la rovina della società! Non importa se il Presidente del Consiglio e i politici tutti si prendono gioco di noi. Il vero dramma della società sono i gay, sono piaghe da curare, eliminare. Per cui prendiamoli a botte, sono diversi da noi. Siamo negli anni zero, quelli di un posto migliore nel mondo, quelli in cui ancora esistono categorie di persone. Esistono gli immigrati, i gay, i meridionali, è l’era del diverso. E’ l’era in cui ci si dimentica che sono tutte persone, buone e cattive indipendentemente dalla loro provenienza e dalla direzione che hanno scelto di seguire.

Gli anni zero, quelli dei nuovi divertimenti per adolescenti. Picchia la coppietta, e sarai più “figo”. Quelli in cui il divertimento va di pari passo con la violenza. Se non c’è sangue e bestialità la vita diviene fallimento. Dov’è il punto in cui tutto si è spezzato e ci siamo lasciati cadere a peso morto dritti verso l’inferno?

Gli anni zero, l’evoluzione, gli anni in cui il tg mi parla perennemente della stagione più calda degli ultimi vent’anni esattamente da vent’anni. Lo stesso tg che mi parla per trenta secondi del tentativo del Presidente degli Stati Uniti di offrire una garanzia sanitaria per tutti e per i cinque minuti successivi mi parla dei video-scandalo di Pamela Anderson e delle lotte di stile tra gli emo e i truzzi in Piazza del Popolo. Il tg che consulta psicologi e specialisti di ogni genere, perchè la scuola sta per iniziare e i bambini non sanno che zaino indossare per non rovinarsi la schiena, subiscono un trauma perchè è finita la stagione dei divertimenti e si dimentica del Darfur, lo Zimbabwe, il Congo, la Cambogia, l’Afghanistan, il Brasile, si dimentica di mezzo mondo, dei bambini soldato, di quelli che spacciano il crack, quelli che vivono nelle fogne, di quelli che saltano in aria tra le mine anti-uomo, che non hanno nemmeno più le mani per scrivere il tema del loro primo giorno di scuola, o le gambe per camminare fino alla scuola, soprattutto perchè a scuola non ci vanno. Non c’è tempo, nella guerra, per consultare lo psicologo e chiedere quale sia il modo migliore per superarla.

Il tg in cui si chiede alla gente che sta male come sta. Siamo negli anni in cui va di moda l’ecologia, la gente si lamenta delle città sporche e poi butta i fazzoletti, le carte e le sigarette per la strada. Il mondo in cui tutti si lamentano del mondo e se ne stanno fermi, aspettando che decida di cambiare da sé.

A che ora è la fine di quel mondo? Datemi un orario, perchè io, quel giorno voglio esserci e voglio stare in prima fila.

Buon compleanno, Emergency

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Si è tenuto dall’8 al 13 di settebre l’incontro nazionale di Emergency, a Firenze, per festeggiare i suoi quindici anni.

Una festa di compleanno inaspettatamente affollata, organizzata tra incontri, mostre, workshop, film e serate di intrattenimento che via via vedevano affluire sempre più gente.

Gli incontri, tenutisi nel Palazzo dei Congressi di Piazza Adua, trattavano argomenti che spaziavano dalla cardiochirurgia, al cinema dei diritti, all’Afghanistan, dalla guerra al razzismo e la xenofobia dilagante. Incontri totalmente gratuiti, ad alto livello di partecipazione, che offrivano al pubblico la possibilità di porre domande e soprattutto di venire a conoscenza di realtà che troppo spesso sono occultate dai mezzi di comunicazione.

L’associazione di Emergency offre assistenza medico-chirurgica gratuita e di elevata qualità alle vittime civili delle guerre. In questi giorni ha offerto anche testimonianze e dati reali di quello che succede nel mondo, a volte nemmeno troppo lontano da noi.

Ho personalmente assistito all’incontro tenutosi sabato mattina, “Il razzismo, strana malattia” che oltre alla presenza di Gabriele Del Grande, Franco Pittau, Don Virginio Colmegna, e Christian Elia, prevedeva anche quella dello scrittore Erri De Luca. Ho assistito, in parte, anche all’incontro precedente, in cui si è parlato delle attività svolte fino ad oggi da Emergency e ai progetti in cantiere. Si è parlato quindi dell’ospedale di Palermo, divenuto ormai fondamentale in territorio siciliano. E si è parlato anche di nuovi ospedali che saranno costruiti in Africa, con una testimonianza del dramma che vivono i migranti nel tentativo di trovare una nuova vita lontani dal proprio paese. Una storia a lieto fine, purtroppo una delle poche che può permetterselo.

Ho partecipato anche alle serate organizzate presso il Mandela Forum. La prima sera è stata presentata da Diego Cugia, tornato appositamente dall’America. L’immancabile presenza di Gino Strada è stata affiancata da quella di un acceso Vauro e un ironico e sempre calmo Gianni Mura. Sul palco Piero Pelù e Jovanotti si sono esibiti insieme con “Il mio nome è mai più”, mentre Marco Paolini ha intrattenuto le 6.500 persone presenti con un monologo indimenticabile. Innumerevoli gli interventi per ricordare Teresa, moglie di Gino Strada, alla quale sono stati dedicati un albero a Firenze e un altro in Darfur ed un ospedale in Uganda, per mantenere vivo il suo ricordo, quello di una donna che ha dedicato la sua vita agli altri, con estrema passione.

La serata successiva ha visto le lacrime di Serena Dandini, nel ricordare la chioma rossa di Teresa, insieme alla commozione di Paola Turci. La serata è iniziata alla grande con l’apertura di Patty Smith, rimasta a Firenze per l’occasione. Si è esibita con unaPeople have the power” accompagnata semplicemente dal battito delle mani di diecimila persone che tenevano il tempo.

Prima di andare via, Patty Smith ha dichiarato che sì, sono le persone ad avere il potere. Di sognare, e di agire. A seguire si sono alternati Antonio Cornacchione, la banda Osiris, la Casa del Vento, Paolo Hendel, Fiorella Mannoia, tornata di corsa dalla Sicilia, pronta a cantare, anche lei, senza musica per concludere la serata con un duetto, insieme a Paola Turci, dedicando “Quello che le donne non dicono” sempre all’indimenticabile Teresa.

Una festa di compleanno a dir poco ben riuscita, della quale si sono stupiti gli stessi organizzatori.

Il popolo di Emergency c’era, esiste ancora una parte d’Italia che vuole il bene assoluto, che non vuole distinzioni di sesso, razza o religione. Esiste ancora una parte del nostro Paese che crede in valori veri, reali e puri. Speriamo soltanto che non rimanga in silenzio. Questa volta si è fatta sentire.

Pubblico del Mandela Forum

Pubblico del Mandela Forum

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